"Ce ne siamo andati, a frotte, con le valigie di cartone.
Abbiamo abbandonato le campagne, gli ulivi, le terre e la fatìa.
Ci siamo affrancati dalla zappa.
Lo abbiamo fatto per i nostri figli e per i figli dei nostri figli.
Oggi ritorniamo, senza nostalgia, né romanticismo.
Torniamo a chiudere il cerchio.
A curare la terra e i suoli.
A immaginarci un altro futuro, partendo dalla memoria del passato.
Come le stagioni di un’annata.
Come il chicco si fa grano e il grano si fa pane."
Sara Manisera, 2021

Note di Regia

di Sara Manisera

Da diversi anni il mio lavoro è focalizzato sul caporalato, sull’agricoltura e sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente. Nel 2012, mi sono laureata con una tesi sul caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori nell’agricoltura. Nel 2019, ho pubblicato un libro (Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne, Aut Aut Edizioni) raccogliendo le storie di sfruttamento ma anche di chi prova a cambiare l’agricoltura.

L’idea del documentario nasce ad aprile 2020 in piena pandemia. In quei mesi, insieme ad Arianna Pagani, stavo lavorando a un progetto reportagistico sull’agricoltura, la grande distribuzione organizzata e lo sfruttamento dei braccianti. Ho visitato diverse aziende e intervistato numerosi imprenditori, braccianti e piccoli contadini. Uno di loro mi ha detto: “Io non produco in serie perché in natura non c’è niente di uguale ma ciò che vediamo ogni giorno nel supermercato è un prodotto omologato, a costi sempre più bassi. Questi prezzi, però, hanno delle ripercussioni su tutti. Le piante si ammalano e diventano sempre più deboli, i parassiti più resistenti, la biodiversità viene uccisa. La cosa assurda è che non ci rendiamo conto che, senza insetti, la frutta non esce più. Ma chi paga il costo di questo sistema?I lavoratori e l’ambiente”.

Ancora una volta, ho avuto la conferma che l’attuale sistema agro-alimentare è una delle cause di sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente. In quel momento ho pensato al mio incontro con Ivan di Palma, un filosofo e un contadino che insieme a un gruppo di sociologi, imprenditori e contadini ha messo in piedi una cooperativa sociale costruita attorno ai grani nelle aree interne del Cilento. Un modello di economia civile e di agricoltura sociale che ha riattivato pratiche comunitarie, connesse alla civiltà contadina - il Monte Frumentario, la Cumpa Rete, la Biblioteca del Grano - e ne ha attivate di nuove, come il Forno di Vincenzo: un forno sociale di comunità, una sperimentazione sociale che ripensa al welfare e ai modelli assistenziali per persone con disabilità.

“La Terra mi tiene” è un documentario che intreccia due dimensioni; una intima e personale, l’altra più sperimentale e visionaria. I territori raccontati ne “La Terra mi tiene”, infatti, sono i luoghi da dove, cinquant’anni fa, i miei nonni, contadini e migranti, sono partiti, abbandonando la campagna per migliorare la loro vita, quella dei loro figli e, in qualche modo, anche la mia.

Questa è una restituzione, un omaggio a chi ha scelto di andare via. Tornare per raccontare questa storia di riscatto e di “contadini visionari” è, per me, una forma di restituzione dei sacrifici fatti dai miei nonni e da tutte le persone che sono emigrate. Questo documentario, però, è anche un ritorno. Un viaggio nella memoria contadina che non c’è più ma che contiene i semi per immaginarsi un altro futuro. Seguendo il ciclo delle stagioni e lo scorrere dei tempi della natura, come facevano i contadini del passato, Ivan e mia nonna ci raccontano la memoria e la fatica dei contadini, l’abbandono delle campagne, l’emigrazione, lo sfruttamento intensivo dell’agricoltura degli ultimi cinquant’anni ma anche di un meridione che non si lascia andare alla nostalgia e al vittimismo e che prova, partendo dalla memoria della civiltà contadina, a innovare, a restare nelle aree interne, coltivando la biodiversità ed offrendo un modello di rinascimento ecologico della società.